Italia, Politica

La Sicilia non è l’Ohio, vero. Però è un buon sondaggio.

Da qualche tempo per spiegare la politica italiana usiamo metafore buone per gli USA: E’ facile e semplice e facilita la lettura a chi mastica di politica, per intenderci non quelli che passano il tempo sui social ad insultare quelli che votano PD. Una buona metafora è quella sull’Ohio, lo stato chiave che spesso, non sempre, decide chi sarà il Presidente degli Stati Uniti. 

Èa il caso di dirlo, la Sicilia, il voto siciliano non ha deciso nulla, gran parte delle proiezioni sul piano nazionale sono invenzioni giornalistiche. Se il test siciliano avesse avuto una rilevanza nazionale nel 2013 il PD avrebbe stravinto le elezioni politiche, dopo la vittoria di Crocetta. 

La Sicilia, pertanto, non è l’Ohio anche se, non si può negare che un effetto soprattutto in chiave psicologica le elezioni siciliani lo avranno di sicuro. Infatti il test siciliano può essere considerato un test validissimo per misurare gli umori delle persone in tempo reale. In altre parole un maxi sondaggio con un maxi campione. Il risultato è noto a tutti. Un centrodestra redivivo con chance chiare di piazzarsi al primo posto in primavera, un PD in depressione che ricade nel vortice tipico dello sconfittismo ed il M5S che urla una vittoria che non c’è e che lascia solo una consapevolezza nell’apparato pentastellato, da soli non si va da nessuna parte.

Basta leggere il sunto del Rosatellum 2 per capire che le prossime elezioni politiche non le vincerà nessuna. A guidare il Paese, qualora i numeri la rendessero possibile potrebbe esserci di nuovo la “grande coalizione”, casomai il voto siciliano ci dice che non sarà a guida PD. 

Il dibattito sul 40% invocato da Renzi è surreale, come è surreale la ricerca dei leader carismatici da candidare alla Presidenza del Consiglio con un sistema elettroale che non prevede il nome del candidato premier sulla scheda. 

Il Premier lo sceglierà Mattarella e sarà quello sul quale convergeranno i voti in Parlamento non nelle urne!!,

Finiamo con il PD. Poche cose, ma chiare. La spinta riformista è finita il 4 dicembre, oggi il PD è tornato ad essere il partito di sempre, proteso verso l’interno, marginale rispetto allo spirito della nazione, privo di idee innovative, demotivato. Qui non si tratta di criticare Renzi, ma di prendere atto di quanto è successo in Italia nell’ultimo anno.

Il gruppo dirigente renziano non contribuisce al rilancio, Faraone è riuscito nella non facile impresa di far apparire Grasso ciò che non è mai stato, un leader.  

La discussione post sconfitta è insulsa, debole e datata. La prosettiva non può essere la rideizione del centro sinistra, un nuova Unione oppure il riassemblaggio del PD, l’unica strada credibile è quella di ripartire dal 40% del Referendum, un mondo che va ben oltre i confini naturali e politici del PD, un percorso abbandonato troppo in fretta

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