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Non è sull’elezione dei Presidenti delle Camere che si giudica un’alleanza

Un passo indietro. Nel 2013 l’elezione dei Presidenti della Camera e del Senato fu salutata e valutata come una vittoria inequivocabile della linea politica di Bersani.

La strada sembrava in discesa. Gli ostacoli insormontabili vennero fuori quando bisognava costruire una maggioranza per il governo, malgrado i numeri favorevoli nella Camera dei Deputati, grazie al premio del Porcellum. Grasso venne eletto anche con il voto di alcuni neosenatori a cinque stelle, tra i quali un Senatore di Latina, andando oltre i voti a disposizione del centrosinistra. Anche da lì nacque l’illusione che un governo con i grillini fosse possibile. Tutto bene quindi. Nemmeno per sogno.
Da quel momento iniziarono i problemi, lo streaming umiliante con Crimi e la Lombardi, la frustrazione conflittuale per la “non vittoria” del PD, infine la scoperta che restava una sola strada percorribile, l’accordo con il nemico di sempre Silvio Berlusconi, che da quel momento diventò l’infamante inciucio, una lettura delegittimante che una debole sinistra non ha saputo contrastare lasciando passare un pericoloso messaggio culturale oltre che politico. Errore grave.

Oggi lo scenario è diverso, ma come allora impavidi analisti parlamentari raccontano scenari politici basati sul nulla.

I problemi iniziano adesso. Quale allenza parlamentare, chi sarà il Presidente del Consiglio, quali saranno i punti programmatici su cui puntellare l’azione di governo, come si concilierà il liberismo di Forza Italia con l’oltranzismo moralista dei grillini? Perché l’anomalia nell’accordo FI-M5S non sono i grillini, come tanti elettori del PD “diversamente” grillini stanno scrivendo su FB, ma il Cavaliere.

Vedremo, tenendo ben presente quello che è avvenuto nel 2013.

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