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Da Salisburgo a Campobasso il vento tira sempre da destra. Appunti per una lettura aperta della politica attuale

Domenica si è votato in Molise e nel Land di Salisburgo in Austria. Due mondi distanti e diversi, due risultati elettorali apparentemente impossibili da correlare. In tanti si staranno chiedendo quale sia il legame elettorale tra Campobasso e la città di Mozart.

Poco in apparenza, tanto nella sostanza, gli esiti elettorali dicono tanto, molto più di quanto si possa pensare.
Per il vento populista che alimenta le vele delle forze antisistema e della destra in tutta Europa non fa molta differenza che ci si trovi sotto le Alpi Salisburghesi oppure all’ombra del Matese, il risultato è lo stesso. L’esame e la comprensione dei fenomeni politici attuali, in particolare quelli che interessano il campo progressista, devono partire dall’analisi di un fenomeno transnazionale che vede il dilagare delle forze populiste e della destra in tutti gli stati, ad est come ad ovest dell’ex cortina di ferro.

Il voto nazionale, soprattutto nel campo progressista, e l’evoluzione del quadro politico interno non può prescindere dall’analisi del contesto europeo dove si assiste ad uno spostamento verso destra dei partiti moderati e alla radicalizzazione ulteriore delle forze di estrema destra.

Il voto populista non è solo la conseguenza dei programmi, spesso sbianchettati e disattesi. L’adesione politica dell’elettore populista è ideologica e non basata sui programmi come si dice. L’elettore populista aderisce ad una visione della vita e della società, esprime una volontà antisistemica, i programmi sono manifesti ideologici usati per marcare la differenza con l’avversario, spesso trasformato in nemico.

Il tratto programmatico è irrilevante, come dimostra la propensione dell’elettore populista a perdonare qualsiasi ripensamento tattico, programmatico ed anche strategico..
Da dove arriva l’adesione ideologica al populismo? Per capirla, ripeto è necessario ampliare l’orizzonte, si scoprirà che Campobasso e Salisburgo non sono poi così lontani.

Nei due voti si sono imposte le forze del centro destra a trazione populista, con la sinistra messa fuori gioco dagli scenari e con lo spostamento verso posizioni populiste anche dei partiti tradizionalmente moderati, come l’OVP e FI.

Se ce ne fosse ancora bisogno è ormai lapalissiano che lo schema politico novecentesco valido fino a qualche anno fa, socialdemocratici da una parte conservatori dall’altra, è superato e moribondo.

Il risultato di domenica è in linea con quanto sta succedendo in Europa da tempo. La fine del bipolarismo spagnolo, l’avanzata della AfD in Germania, la virata populista del Labour, persino il successo macronista, per quanto in antitesi con il populismo, sono la conseguenza del sentimento anti establishment presente nel corpaccione sociale europeo.

Una dinamica sociale dovuta in gran parte al prevalere della “percezione” sulla realtà, al mondo dell’informazione dominato dai racconti anzichè dai dati. L’elettore populista è convinto di essere circondato da corrotti, mafiosi, migranti e delinquenti, spesso quello stesso elettore si autoassolve per la mancanza di senso civico perchè gli altri sono peggio, a lui non interessano dati e tabelle nonostante dimostrino tendenze opposte a quelle percepite, alle quali si rifiuta di credere.

Per il mondo progressista la battaglia culturale è diventata durissima, soprattutto quando si prova a ripristinare l’ordine logico e l’empirismo per confutare tesi basate sulla percezione.

I partiti populisti e di estrema destra hanno tratto un grande vantaggio da questa situazione, i partiti moderati hanno scelto di seguire la scia degli estremisti radicalizzando alcune posizioni, come è successo in Austria con l’OVP.

Tutto ciò ha determinato uno scivolamento verso destra dell’asse politico in Europa, con la destra estrema sempre più radicale e quella moderata che è diventata estrema. Ed ecco che il nuovo bipolarismo che sembra profilarsi è quello di una competizione dentro lo schema delle forze radicali oppure antisistemiche, destra vs destra.

Anche per questo è evidente che la sconfitta del PD non può essere circoscritta alle dinamiche nazionali, che pure hanno avuto la loro parte, ma va inserita in un contesto che vede la riduzione progressiva del campo politico occupato dai “progressisti”.
La domanda che ritorna a questo punto è che fare? Difficile dare una risposta precisa, sicuramente è possibile dire quello che non dovrebbe essere fatto, anche alla luce di esperienze vissute e riconosciute.

1) non inseguire populisti e destra sul loro terreno, lo ha fatto la SPO in Austria, ricordate i militari al Brennero, e sta scomparendo;

2) evitare accordi di governo politicamente incomprensibili.

Tra le soluzioni ve ne potrebbero essere alcune. In primo luogo prendere atto che la sfida al populismo non può essere condotta con ricette buone per la società del secolo scorso. Un sondaggio Tecnè pubblicato oggi dice che il 33% degli iscritti alla CGIL ha votato M5S, probabilmente molti di più di quelli che hanno votato LeU.

La sfida è culturale, la sinistra perde in presenza di un processo di delegittimazione delle istituzioni e della politica. In qualche caso alimentato anche da sinistra.
Diversamente è necessario rivendicare la necessità della politica e delle istituzioni che per funzionare correttamente hanno bisogno anche di soldi. È necessario smontare il mito del popolo e della democrazia diretta, ripartendo della forza della democrazia rappresentativa che ha garantito pace e sviluppo.

Infine, un po’ macronianamente ci sarebbe bisogno di un movimento di innovazione nel ricambio delle classi dirigenti, una “rottamazione” insomma, magari depurata dai limiti e dagli errori di quel processo iniziato bene e finito malissimo.

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